L'Ubbidienza

L'ubbidienza è il punto centrale dello stato religioso, è come il fulcro su cui ruota tutta la struttura della vita consacrata.
I vecchi trattati di morale parlano di tre caratteristiche dell'ubbidienza, come di ogni voto: il voto di ubbidienza, la virtù dell’ubbidienza e lo spirito dell’ubbidienza, per cui un religioso poteva mancare al voto ma non allo spirito, oppure poteva mancare alla virtù ma non al voto, ecc.
Senza nulla togliere a queste opere che hanno formato, e qualche volta sformato, generazioni di religiosi, ma che sanno un pò di fariseismo, a me piace sottolineare l'ubbidienza come volontaria sottomissione, come volontà di non avere volontà, come morte quotidiana alla libertà che Dio ci ha dato e che per amore e spontaneamente, per desiderio di maggior perfezione, i religiosi sacrificano.
Asceti e teologi hanno sempre attribuito all'ubbidienza una specie di primato nello stato religioso; infatti ne è il fine, la condizione, l'essenza, e in un certo senso la pienezza.
Pienezza perché è offerta totale e irrevocabile di se stesso, del proprio essere e della propria vita a Dio, alle anime e al proprio istituto.
E' cosa buona seguire il Cristo nella povertà, rinunziando ai propri beni; cosa migliore è offrire il proprio corpo, come profezia della vita ventura, conservandolo nella verginità; ma è cosa ottima abdicare all'uso indipendente della propria libertà, a ciò cui più teniamo e che costituisce come l'impronta della nostra personalità.
Afferma S. Alfonso che
"la cosa a noi più cara è l'indipendenza della volontà, così non possiamo far dono più caro a Dio, che consacrargli la nostra volontà. Chi sacrifica a Dio le sue cose dispensandole in elemosine, il suo onore abbracciando i disprezzi, il suo corpo mortificandolo con digiuni e con le penitenze, gli dona parte di sé; ma chi gli sacrifica la sua volontà, sottomettendola all'ubbidienza, gli dona tutto quel che ha, ed allora può dire a Dio: Signore, avendoti data la mia volontà, non ho più che darti".
Sotto il profilo dell'ubbidienza lo stato religioso è la morte del proprio "io" un vero olocausto.
Dopo la Santa Messa e il martirio, nessun sacrificio può superare e uguagliare la professione religiosa. Ma il sacrificio più duro della vita religiosa, e l'esperienza d'ogni giorno conferma l'insegnamento dei dottori, non è la povertà o la castità, ma l'ubbidienza.
Perché costa qualche volta fino la sacrificio rinunziare sempre a ogni volontà, a ogni iniziativa, a ogni progetto, a ogni gusto, e, diciamo pure, a ogni capriccio per sottomettersi umilmente e in silenzio al giogo della Regola e agli ordini dei superiori.
Insomma il voto d'ubbidienza è così essenziale allo stato religioso che virtualmente potrebbe da solo racchiudere ed esprimere per intero tutto lo stato religioso, come negli ordini antichi le regole dei quali non comprendevano né il voto di povertà né quello di verginità, ma il solo voto dell'ubbidienza.
Ma quali sono i fondamenti biblici dell'ubbidienza?
Fin dalle origini Adamo disobbedisce a Dio, trascinando nella sua ribellione tutti suoi discendenti (Rm 5,19) ed assoggettando la creazione alla vanità (8,20). Per contrasto, la rivolta di Abramo fa vedere quel che è l'obbedienza e quel che Dio si aspetta da essa: è la sottomissione dell'uomo alla volontà salvifica di Dio, l'esecuzione di un comando di cui non vediamo immediatamente il senso ed il valore, ma di cui percepiamo il carattere di imperativo divino. Se Dio esige la nostra obbedienza, è perché ha un disegno da compiere, un universo da costruire, e gli occorre la nostra collaborazione, la nostra adesione nella fede. La fede non è l'obbedienza, ne è il segreto; l'obbedienza è il segno ed il frutto della fede. Per salvare l'umanità, Dio suscita la fede di Abramo, per accertarsi di questa fede, la fa passare attraverso l'obbedienza:
"Lascia la tua terra" (Gn 12,1), "Cammina alla mia presenza e sii perfetto" (17,1), "Prendi il tuo figlio e offrilo in olocausto" (22,2).
Tutta l'esistenza di Abramo poggia sulla parola di Dio, ma questa parola gli impone continuamente di avanzare alla cieca e di compiere atti il cui senso gli sfugge.
Perciò l'obbedienza è per lui una prova, e per Dio una testimonianza inestimabile:
"Non mi hai rifiutato il tuo figlio, il tuo unico" (22, 16).
L'alleanza stipulata sul Sinai suppone esattamente lo stesso comportamento: "Tutto ciò che Jahvé ha detto, noi lo faremo e gli obbediremo, risponde Israele aderendo al patto che Dio gli propone (Es. 24,7). La fedeltà alla legge non è vera che nell'adesione alla parola e all'alleanza di Dio. L'obbedienza ai suoi precetti non è una sottomissione da schiavi, ma un atto di amore. Ma l'obbedienza a Dio non è sempre osservata, anzi il popolo violando la legge diventa ribelle e adultero, secondo la concezione dei profeti che vedono nell'alleanza un patto nuziale tra Jahvé‚ e il suo popolo.
Schiavo del peccato, l'uomo è incapace di obbedire a Dio (Rm 7,14). Per giungere all'obbedienza è necessario che Dio mandi il suo servo obbediente, affinché questi possa dire:
"Ecco , io vengo o Dio, per fare la tua volontà"(Sl 39,7).
Allora:
"Come per la disobbedienza di uno solo, gli altri sono stati costituiti peccatori, così per l'obbedienza di uno solo, gli altri saranno costituiti giusti"(Rm 5,19).
La vita di Gesù fu, fin dal suo ingresso nel mondo e fino alla morte di croce ( Eb 10,5 - Fil 2,8), obbedienza, cioè adesione a Dio attraverso una serie di intermediari: persone, eventi, istituzioni, Scritture del suo popolo, autorità umane.
Venuto non per fare la sua volontà, ma la volontà di colui che lo ha mandato (Gv 6,38), egli trascorre tutta la sua vita nei doveri normali dell'ubbidienza ai genitori (Lc 2,51), alle autorità legittime (Mt 17,27). Nella passione spinge l'obbedienza al culmine, abbandonandosi senza resistere a poteri disumani e ingiusti, "facendo attraverso tutte le sue sofferenze l'esperienza dell'ubbidienza"(Eb 5,8), facendo della sua morte il sacrificio più prezioso a Dio, quello dell'ubbidienza.
Il cristiano che ha come suo Signore Gesù che è diventato tale proprio in virtù dell'ubbidienza, non può non comportarsi come il suo maestro. Per mezzo di Cristo, per mezzo dell'ubbidienza al suo vangelo e alla parola della sua Chiesa, l'uomo raggiunge Dio nella fede, sfugge alla disubbidienza originale ed entra nel mistero della salvezza: Gesù Cristo è l'unica legge del cristiano.
I santi Padri hanno visto l'obbedienza religiosa non come un mettere nelle mani dei superiori degli strumenti facili da maneggiare, ma nell'offrire la volontà dell'uomo come olocausto degno di essere unito all'obbedienza di Cristo.
Distinguiamo dunque servizio e servitù, accettiamo di servire ma rifiutiamo di asservirci. Servire richiede nel soggetto molto spirito di fede, di povertà, di accoglienza e di disponibilità. Non asservirsi, esige d'altra parte, libertà di spirito, coraggio, lucidità, ponderatezza e riflessione.
I consigli di San Benedetto sull'ubbidienza immediata devono essere seguiti alla lettera per quanto concerne l'ubbidienza interiore; ma l'ubbidienza esteriore richiede spesso un tempo di riflessione, di dialogo, di adattamento: non per ubbidire di meno, ma per ubbidire meglio.
Se una tale concezione dell'ubbidienza richiede molte qualità nell'inferiore, è naturale che ne richieda ancor più nel superiore. A questi occorre fermezza ed oblio di sé, arrendevolezza, intelligenza e umiltà, poiché si tratta di riconoscere il piano di Dio su ognuno e di accettarlo:
"rispettare la coscienza del prossimo, genera umiltà", diceva Abba Isaia; era questo un principio fondamentale per i Padri del deserto.
Ancora i Padri ci aiutano a capire meglio questa virtù: per Abba Pambone l'obbedienza è superiore al digiuno, alla povertà e persino alla carità perché esige la rinuncia alla volontà propria che è la manifestazione più eminente della carità; le altre virtù si possono scegliere, mentre l'obbedienza alla volontà degli altri sovverte ogni decisione personale. Abba Rufo dirà che gli ubbidienti si trovano in paradiso fra le schiere dei martiri e ancora l'obbedienza è la madre delle virtù, la radice di tutti i beni, instaura la pace, fa abbondare la carità, estirpa i dissensi.
Ma l'obbedienza non è solo verso i superiori, la vera obbedienza è soprattutto vicendevole. Che nessuno abbia cura solo di sé, ma ognuno abbia cura anche del proprio vicino che è il suo prossimo, come Cristo ha avuto cura della sua Chiesa, che siamo noi, come il samaritano ha avuto cura dell'uomo incappato nei ladri.
Ubbidire è, in altre parole, mettere in pratica il consiglio di Cristo:
"Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo" (Mt 20,26) e "se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti" (Mc 9,35).
Il religioso è un cristiano particolarmente consapevole del fatto che la vita nella fede non è altro che ritornare, attraverso la fatica dell'obbedienza, a colui da cui ci si è allontanati per la negligenza della disobbedire (S. Benedetto).
"La gloria del monaco (del religioso)- dicono i padri- è l'ubbidienza. Chi la possiede, è ascoltato da Dio, e con franchezza (parresia) starà di fronte al Crocifisso, perché il Signore crocifisso si fece ubbidiente fino alla morte".
E' per divenire veramente figlio di Dio nel Cristo ubbidiente che il religioso si fa totalmente figlio nelle mani di un padre spirituale che diviene per lui il tramite sicuro della volontà di Dio su di lui; se il religioso è veramente disponibile all'ascolto, Dio non può ingannarlo e metterà la sua parola sulle labbra del superiore o del padre spirituale.
In questo senso ubbidire significa essere sicuri della salvezza perché - come disse un autore del XVII secolo -, nell'inferno vi possono essere di quelli che hanno avuto visioni o hanno fatto miracoli e cacciati i demoni, come disse il Signore, ma di sicuro non vi si troverà mai uno che nella sua vita ha praticato l'ubbidienza.
L'ubbidienza religiosa, dunque, invece di soffocare e distruggere la personalità umana, le assicura un meraviglioso sviluppo. Essa illumina, purifica, fortifica, libera, pacifica, feconda e nobilita. Fa dell'uomo il collaboratore di Dio e l'imitatore di Cristo, nell'attuazione dei suoi piani di salvezza.
Che il Signore Gesù obbediente fino alla morte, e alla morte di croce, illumini per mezzo del suo Spirito i nostri cuori per comprendere a quale dignità siamo stai innalzati e quale modello siamo chiamati a imitare. Ci fortifichi nella via intrapresa e ci coroni della sua gloria.
A Lui, col Padre e lo Spirito, la lode, la gloria e l'adorazione nei secoli dei secoli. Amen

Archimandrita Marco (Don Vincenzo)

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