Lettera Pastorale di Mons. Giuseppe MANI
Ordinario Militare d'Italia
3 febbraio 2003

Sono felice d'incontrarti e ti ringrazio per aver risposto al mio invito.
Quando mi hai telefonato, ho subito compreso che si trattava di un problema serio: ecco perché ti ho invitato.
Vuoi sapere come investire la vita? È il problema di tutti .
Per te, giovane, vuol dire interrogarsi su cosa farai da grande; per me, adulto, chiedermi cosa potrò fare domani perché la mia vita frutti al massimo.
Sei venuto da me, non con quell'atteggiamento con cui si va all’ufficio di collocamento o quando si cercano proposte di lavoro sui giornali.
Il tuo problema è più serio perché ognuno ha una vocazione, anzi, è una vocazione e la riuscita dipende dalla risposta che ognuno sa dare: vivere infatti è rispondere.

 

 

 

Come scoprire la propria vocazione?
Ne parlo volentieri con te.

 

 

Ero presente quando furono inaugurati i restauri della volta della Cappella Sistina. Avevo una gran voglia di vedere come la scena della creazione era uscita dalle mani di Michelangelo e fui proprio soddisfatto quando vidi, anzi, mi sentii, quell'Adamo disteso per terra a cui Dio, col suo dito, comunicava la vita. L'avevo già vista tante volte quella scena, ma tutta oscurata dal fumo delle candele e deteriorata dal tempo: aveva proprio bisogno di quel restauro perché mi colpisse con i suoi colori e riacquistasse tutta la sua vivacità, tutta la sua verità.
Chissà per quanti miliardi di anni le mani di Dio hanno dovuto intervenire sulla materia per poter avere un'altra mano, la mano di Adamo, da toccare; chissà quanto Dio avrà atteso prima di poter avere, fra le miriadi di creature che popolano galassie e mondi che, forse, ci rimarranno sempre sconosciuti, una creatura intelligente, l'uomo, con cui dialogare. Ma, "... che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi?", dice il Salmo 8.
Quando penso ai milioni di galassie che formano l'universo, ai miliardi di sistemi planetari, ...che cos'è l'uomo perché te ne curi? Che cos'è l'uomo, se la terra, nell'universo, è infinitamente meno di un granello di sabbia nell'oceano?
Qualcuno ha detto che l'onnipotenza di Dio si manifesta nell'esser capace, Lui, l'infinitamente Grande, di prendersi cura di me, di te, infinitan1ente piccoli e insignificanti: solo un vero Signore è capace di tanto! Nessuno forse, ha mai detto parole così sagge e profonde su Dio!
I Padri della Chiesa -anche se per loro era molto più facile crederlo, non sapendo tutto quello che sappiamo noi oggi- dicevano che le mani del Creatore, del Padre, sono l'azione dello Spirito con cui il Padre, guardando al modello del Figlio, plasma dalla terra l'uomo e la donna perché siano a sua immagine e somiglianza: che mistero meraviglioso!
Nella scena della Cappella Sistina della mano di Dio e di Adamo, c'è tutta la nostra vita, c'è tutta la nostra storia che affonda le sue radici nella storia dell'universo. C'è la mia storia, la tua storia, fatta di mille avvenimenti, di mille incontri, di mille esperienze.
Quegli avvenimenti sono la terra che le mani di Dio hanno plasmato per farmi essere quello che sono, e perché un giorno, incontrando quelle mani che mi hanno fatto e plasmato, potessi finalmente scoprire chi sono davvero: "Signore, tu mi scruti e mi conosci... Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre... Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra... Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita" [SALMO 138]. Come non pregare con questo salmo, contemplando l'affresco della Sistina e pensando alla nostra vita, al suo senso, al suo perché...
Quale senso, quale scopo dare alla vita? Solo quando sapremo chi davvero siamo, riusciremo a cogliere i desideri profondi che abitano il nostro cuore; solo dopo aver scoperto il tesoro, avremo la forza di "vendere tutto" per conquistare quello che davvero vorremo essere, quello che Dio, da sempre, voleva che ciascuno di noi fosse.
La vita è un gran dono di Dio e, come tutti i doni, non si può sciupare.
Ma perché Dio mi ha dato la vita? Perché lo ha fatto senza chiedermi il permesso, 1'autorizzazione? Potremmo anche chiederci, perché me l'ha imposta?
Per essere felice! Sì, Dio mi ha creato per essere felice.
È vero: soltanto quando si è felici, si vive pienamente, si lavora con frutto e si sta veramente bene.
Dio non poteva crearmi per soffrire: sarebbe stato un atto di crudeltà. Eppure, quante volte ho sentito dire, quasi fosse un lamento: "Ma perché Dio mi ha messo al mondo? Perché devo soffrire così tanto? ...questo non è vivere!" fino al punto che qualcuno ha teorizzato che, in certe condizioni, è bene, anzi, è dignitoso togliersi la vita!
Riflettiamo con ordine. Dopo che Dio mi ha creato, mi ha toccato col suo dito onnipotente -così come rappresentato da Michelangelo- Dio non se n'è andato, lasciandomi nei guai.
No! Dio mi ha preso per mano e il suo sogno è quello di condividere, in tutto, la mia vita.
Il termine ebraico per esprimere la creazione è "bara '", creare, che è la radice della parola "Berit", alleanza. Creare allora vuol dire: costituire un patto di alleanza.
Non esiste nulla che sia uscito dalla nostra testa o modellato dalle nostre mani a cui noi non siamo legati! I nostri atti e le nostre realizzazioni manifestano quello che siamo! Questa unità ci dice che la creazione è alleanza e che l'alleanza è creazione. Noi esistiamo grazie a questo legame col Creatore! Sta a noi tenere la nostra mano nella sua e credere che, dove Lui ci conduce, è la strada migliore: questa è la fonte della felicità!

CREATI PER ESSERE FELICI
Insieme alla vita Dio ci dona la felicità.
La felicità è la pienezza di quella gioia di cui il cuore ha bisogno e nessuno può vivere senza questa gioia; al massimo, potrà sopravvivere. Una persona senza gioia è come una barca a vela senza vento.
La felicità deriva dal sentirsi sicuri, liberi da ogni paura, così da essere nella gioia anche quando le cose non vanno per il verso giusto; la nostra felicità infatti, non dipende dalle cose o dagli avvenimenti della vita ma dal modo con cui li viviamo.
Gesù ci ha detto chiaramente: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" [Mc, 8,34]. Chi parla in questo modo, non Lo si può certo accusare di mancanza di realismo! La vita é rinnegamento e croce, è camminare nel deserto e nelle tenebre, ma con una certezza: in ogni momento del nostro cammino noi siamo sempre tenuti per mano da Dio. Questo é il paradosso della vita cristiana: la sofferenza può coesistere con la gioia del cuore, il dolore con la felicità.
San Francesco d'Assisi, che se ne intendeva, spiegò bene a frate Leone che cosa fosse "perfetta letizia": "...volentieri per l'amor di Cristo sostenere pene, ingiurie, obbrobri, disagi" [FIORETTI, VIII].
La vita è come un cammino attraverso il deserto, infestato di ladri e briganti, che ti possono spogliare di tutto. Non sono un pessimista e mi spiego.
Anche se hai avuto la fortuna di non avere mai trovato la tua casa scassinata, c'è però un ladro in agguato che, pian piano, ti porta via tutto: è il "tempo". È lui, infatti, che ti porta via l'infanzia spensierata, la giovinezza felice, la maturità operosa e, lentamente, ti demolisce e ti ruba la salute; ogni giorno, pur verificando che la tua saggezza aumenta, ti accorgerai però di perdere in velocità e, forse, in staticità: queste sono le vere perdite, questo è il vero ladro.
Il tempo passa, ma Dio non ti lascia, ti tiene per mano e ti ricorda di non temere, di avere fede; di non avere paura e di fidarti di Lui. L'importante è sentire che Dio ci tiene per mano, percepire il caldo della sua mano forte che ci afferra e ci sostiene quando stiamo per cadere. Dio non ci lascia mai, non abbandona mai nessuno.
Come sentire la sua mano così da non aver paura? C'è un modo: la preghiera.
La preghiera è il più puro atto di fede che tu possa fare ed è Dio stesso che ti aiuta a compierlo. Non è necessario essere colti per credere in Dio e sentire la sua mano; anzi, direi il contrario.
Quante volte ho sperimentato la verità dell'affermazione di Gesù: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agii intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" [Mt. 11.25]. I piccoli sono gli ignoranti, i poveri, i semplici.
Per dieci anni sono stato vescovo ausiliare del Papa per le borgate di Roma. Appena nominato, parlando con una suora, la Piccola Sorella Magdalena di Gesù, mi sentii chiedere: "Nella tua zona ci sono i poveri?" "Sono prevalentemente poveri", risposi.
"Allora, sii contento! Sono contenta anch'io". Andai con fiducia, ma quanta fatica all'inizio. A volte mi chiedevo: ma è proprio vero che ".. ai poveri è annunciata la buona novella"? [Lc, 7,22].
La sera, tornando stanco a casa, pensavo: "Ma questi però, non capiscono!" Poi, quando meno me l'aspettavo, incontravo tra di loro una santa, una grande santa; o un santo, un grande santo. Erano persone di grande fede e di grande preghiera, del livello di una santa Teresa; capaci di sofferenza portata con fede, del calibro di padre Pio; gente del popolo, che riusciva a farti arrossire con la sua semplicità. Quanti nomi ho scritto nel cuore e chissà se un giorno riuscirò anche a scrivere il "libro dei miei santi", dei santi delle borgate di Roma.
Per essere felici e portare la Croce, basta sentire su di se la mano di Dio. Tra molti, ricordo un grande maestro: mio padre. Era un uomo semplice, trasparente e molto sensibile: era un artista. Nella vita ha portato tante croci fin dalla sua giovinezza e nella tarda età ha fatto propria l'esperienza di Giobbe e come Giobbe si è comportato. L'ho sentito tante volte "litigare" con Dio e quando, dopo aver pregato, la croce diventava ancora più pesante, allora ripeteva: "Questa, il Nazareno, me la dovrà spiegare. Sì, di questo, voglio la spiegazione!" E andava avanti, con coraggio, fino alla prossima croce dove ripeteva lo stesso ritornello.
Morì tra le mie braccia. Dopo uno spasimo più forte, che mi ricordò il grande grido del Signore, spirò e il suo volto si compose subito in una grande serenità. Ebbi la chiara sensazione che il "Nazareno" gli aveva chiarito tutto ed era entrato in quella perfetta felicità per cui era stato creato. Nonostante tutto, la sua vita è stata felice, perché ha sempre avvertito su di se la mano di Dio.
Per vivere è indispensabile pregare. L'uomo d'oggi è sottoposto a prove che, non temo riconoscere, sono più grandi di lui. Come prete e vescovo vorrei definirmi "esperto in croci", soprattutto di croci familiari. Per dieci anni ho incontrato famiglie in difficoltà che venivano a chiedermi una mano per portare la loro croce.
Solo con la fede, un padre fedele e innamorato della propria sposa e dei propri figli, può reggere alla prova di vedere la propria famiglia distrutta perché un'altra persona si è portata via tutto: solo con la fede, due genitori possono continuare a sperare e vivere per un figlio, schiavo della droga, che, regolarmente, demolisce se stesso e la sua famiglia.
Dinanzi a delle reazioni estreme, non capisco come gli psicologi possano affermare che le persone d'oggi sono più fragili: penso invece, che le croci di oggi siano più pesanti e che ci vuole un supplemento di fede per portarle.
Per la mia vecchiaia, se il Signore lo concederà, sogno di mettermi in un ufficio sulla cui porta vi sarà scritto: "Qui si aiuta a portare la croce" e son certo che, da quella stanza, vedrò uscire persone più serene e sorridenti dopo aver fatto loro scoprire come Dio li tenga per mano.
È noto il lamento di Padre Pio: "Tutti vengono a chiedere di liberarli dalla croce, nessuno viene a chiedere forza, per portarla insieme al Signore".
Anche Gesù ha portato la croce, una croce ingiusta e pesante. Il suo segreto per arrivare fino in fondo, ce l'ha rivelato: "Io e il Padre siamo una cosa sola" [Gv, 10,30].
Quella vita che Dio ci ha dato, primo tra i suoi doni, dobbiamo ostinarci incessantemente a difenderla, lottando contro tutto ciò che potrebbe, in qualche modo, impoverirla.

FELICI NELL'AMORE
I grandi problemi della vita sono sempre stati riassunti in questi tre interrogativi: donde vengo, dove vado e cosa devo fare? Abbiamo già visto come noi proveniamo da Dio il quale, senza la nostra autorizzazione, ci ha fatto il dono della vita e della felicità. Ma, come amava ripetere sant'Agostino, "Colui che ha fatto te senza di te, non può salvare te senza di te" [DISC., 169,11.13].
Come un padre o come una madre nei confronti del figlio, così Dio, offrendoci il dono della vita, ha un progetto per noi. Ci sono, però, due differenze fondamentali fra Dio e i genitori. Innanzitutto, il progetto che Dio ha per noi è certamente quello più adatto alle nostre caratteristiche. Solo Lui infatti, ci conosce fino in fondo così da non poter sbagliare, come invece spesso sbagliano i nostri genitori quando desiderano qualcosa per noi e, magari, vorrebbero imporcelo, pur con le migliori intenzioni di questo mondo. Dio poi, sa rispettare la nostra libertà. Pur rimanendo fedele al suo progetto per noi -e come non potrebbe, se quello che desidera è il meglio per noi? - tuttavia, ha un'infinita pazienza nel riadattare continuamente alle nostre scelte e ai nostri errori la strada che, volta per volta, decidiamo di percorrere.
Dio sa bene qual è lo scopo che ciascuno di noi deve realizzare nella sua vita per essere felice: ci ha creato per questo! Sa anche quale sarebbe la via migliore per realizzarlo. Tuttavia, non ci obbliga: non siamo macchine, siamo persone e la sua Volontà Onnipotente non è destino, è Provvidenza!
La strada per arrivare alla felicità, Dio la vuole costruire con noi, rispettando le nostre scelte, anche quando sono sbagliate, anche quando ci allontanano, invece che avvicinarci alla meta. Con la sua Provvidenza poi, non cessa di mandarci dei segni per indicarci la strada giusta: a noi l'umiltà e l'intelligenza di saperli cogliere, di saperne approfittare!
Come dovrebbe tener presente ogni buon genitore, Dio sa che il tempo che ognuno di noi impiega per capire, per maturare, per crescere, non è mai tempo sprecato: errare è umano, è perseverare nell'errore che è diabolico!
I grandi uomini, i santi, tutti coloro cioè che hanno realizzato nella loro vita il progetto per cui Dio li aveva creati, non sono stati immuni da errori: hanno però saputo imparare dai loro errori, hanno saputo correggersi, hanno saputo cambiare, convertirsi.
Albert Einstein una volta ebbe a dire che i grandi scienziati sono coloro che hanno saputo sbagliare prima degli altri ma hanno saputo correggersi subito, senza smettere di cercare, senza scoraggiarsi. E ciò che vale per la scienza, vale a maggior ragione per la sapienza, per l'arte di vivere e di vivere bene!
Dio è un sapiente e paziente architetto che ha creato ogni uomo, affidandogli uno scopo ben preciso da cui dipende tutta la propria felicità: scoprire questo scopo e, soprattutto, trovare la strada giusta che, giorno per giorno, istante per istante, dobbiamo percorrere per arrivarci, è trovare la nostra vocazione. Nella vita possiamo sbagliare molte cose ma non possiamo sbagliare la vocazione, non è lecito sbagliare le scelte fondamentali perché ne andrebbe della nostra felicità.
A questo punto è opportuno domandarci: esiste una via maestra, una direzione comune entro cui sviluppare le strade della nostra vita? Evidentemente sì.
Pur con le nostre individualità, siamo esseri fatti per essere in relazione gli uni con gli altri. Il futuro di felicità che Dio ha progettato per noi deve perciò, in qualche modo, coinvolgere tutti: solitudine è sinonimo di tristezza, d'insoddisfazione.
In ognuno di noi c'è la curiosità di conoscere il futuro; non per nulla gli indovini vanno sempre di moda! Bisognerebbe però essere capaci di mettere il naso negli archivi del Paradiso, che sono la mente del Creatore, dove Dio ha riposto il progetto che ha ideato per ciascuno di noi quando ci ha creati.
Sappiamo con certezza che si tratta del progetto di un capolavoro, perché Dio non sa creare che capolavori.
Anzi, anche se noi non riuscissimo a realizzarlo pienamente, anche se rimanesse solo a metà, sarebbe pur sempre come le grandi opere incompiute degli artisti. Pensiamo alla Pietà Rondanini di Michelangelo o all'Incompiuta di Schubert: sebbene non ultimate, sono dei capolavori!
Anche Gesù aveva il desiderio di realizzare il progetto che il Padre aveva ideato per Lui e di quel progetto ce ne parla alla fine della sua vita quando, prima di morire, prega così: "E ora, Padre, glorificami davanti a Te con quella gloria che avevo presso di Te prima che il mondo fosse" [Gv, 17,5]. E qual è la gloria con cui il Padre lo ha pensato? È quella stessa gloria con cui Dio ha pensato ciascuno di noi da tutta l'eternità e che Gesù ci ha comunicato. In quella stessa preghiera infatti, Gesù dice: "E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai man dato e li amati come hai amato me" [Gv, 17, 221]. Questa gloria è 1'amore, perché Dio è Amore.
Gli uomini che sono esistiti, che vivono oggi e che domani vivranno sulla terra, sono miliardi e miliardi: ognuno di loro, ognuno di noi ha una sua personalissima vocazione. Eppure, la fondamentale vocazione di tutti noi è una sola, è la stessa di Gesù, il "Modello Unico", come lo chiamava Charles de Foucauld: la nostra fondamentale vocazione è 1'Amore. Dio infatti, ci ricorda san Paolo, "... ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e: immacolati al suo cospetto nella carità" [EF., 1, 4]. Ecco svelato il segreto.
Il piano generale dell'opera è chiarito: sono chiamato alla vita per amare. Ecco perché sono quaggiù!
Amare ed essere amati è la ragione della nostra esistenza. Abbiamo bisogno dell'amore più che del pane e, a volte, si può far morire una persona negandole questa linfa vitale.
Ho conosciuto una ragazza, piuttosto bruttina, triste, che non studiava, non mangiava, non usciva di casa, ...Ad un certo momento, avvenne un grande cambiamento: era contenta, si era messa a studiare e cominciò a curarsi maggiormente così da diventare anche carina. Cos'era successo? È chiaro: si era innamorata.
Anche per un uomo può accadere la stessa cosa. Infatti, dietro ogni uomo deciso, equilibrato, forte nelle relazioni sociali e lavorative ci sono sempre delle donne, le donne della sua vita: la madre, la fidanzata, la moglie; donne in grado di capirlo emotivamente e sostenerlo affettivamente, così da non aver bisogno di cercare altrove questa comprensione e questo sostegno.
Amare è vivere; vivere è amare. L'amore può essere espresso solo con dei termini assoluti: eterno, infinito, totale, ...perché amare è fare 1'esperienza dell'eternità: "Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in Lui" [I Gv., 4, 16].
Il Paradiso è la pienezza dell'amore e l'inferno è incapacità di amare, sia quaggiù, come nell'aldilà. Questo è vero per tutti gli uomini, è l'essenza di tutte le religioni. "Il mio amore è capace di investire tutte le forme, le tavole della Torah e il libro del Corano. Io professo la religione dell'amore qualunque sia il luogo verso cui si dirigono le carovane. L'amore è la mia legge e la mia fede" ha detto André Chouraqui, un grande ecumenista dei nostri tempi. "... io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita perché viva tu e la tua discendenza" [Dr, 30, 19], ti dice il Signore.

COME INVESTIRE L'AMORE
Scelgo la vita. Ma, come la investirò? Cosa farò domani per essere felice?
Quello che Dio vuole! Questa risposta sembrerebbe esprimere un abbandono disimpegnato del futuro, ma non è così.
lo devo fare quel che Dio vuole; ma, cosa effettivamente vuole Dio da me? Vuole che gli assomigli in tutto!
Osservando attentamente l'affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, è facile trovare la somiglianza tra Dio e Adamo. Sì, noi siamo fatti ad immagine di Dio, ma attenzione: Dio non è fatto ad immagine nostra! Siamo noi che dobbiamo imitare Dio, cercando di assomigliargli in tutto.
Nessuno ha mai visto Dio e noi, per poterlo vedere, dovremmo morire. Dio ci ha parlato di se soprattutto nella creazione: "Dio creò 1'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" [GEN, 1, 27].
Per creare 1'uomo a sua immagine, Dio lo fece maschio e femmina, cioè sessuato. Perché? Per dirci che Lui è amore. Quale modo migliore per dirci questo, se non creando due esseri complementari così che nessuno dei due potrà essere perfettamente se stesso se non nell'amore dell'altro e per l'altro.
La sessualità è la prova più chiara che non si può vivere da soli: "Non è bene che 1'uomo sia solo. gli voglio fare un aiuto che gli sia simile" disse Dio pensando a Eva e quando Adamo la vide esclamò: "Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa" [GEN, 2,18; 23].
Con la sessualità non si scherza perché in essa è compromessa tutta la persona. Una sessualità frustrata produce fenomeni così disastrosi da qualificare l'uomo "scapolo" e la donna, peggio ancora, "zitella", e tutti sappiamo cosa esprimano questi termini. Freud sostiene che la sessualità può essere sublimata quando l'interesse per una determinata cosa è così forte da farci temporaneamente dimenticare di essere sessuati. Questo è vero, anche se spesso certa psicanalisi confonde il mezzo, il sesso, col fine, l'amore e sottovaluta il rapporto interpersonale di dedizione totale.
Ho conosciuto un professore di lettere che si era "sposato" la lingua greca. Lo ricordo il giorno in cui scoprì, in un codice, un sonetto sconosciuto di Saffo: sembrava gli fosse nato un figlio.
La sessualità deve essere, invece, integrata nel rapporto con 1'altro sesso del quale è complementare. Molte parti della nostra persona ci sono state date per 1'altro e solo in questa unione trovano la loro piena realizzazione.
Esistono anche persone perfettamente integrate col loro lavoro, un lavoro di solito così delicato, difficile ed importante per altri -magari per migliaia di propri simili- da assorbire ogni energia e ogni attimo di tempo: quando il lavoro è vissuto come "missione", come un "essere mandati come dono per gli altri" e non come un'affermazione di se, può realizzare pienamente e affettivamente una persona. Al contrario, sarebbe solo alienazione e potrebbe condurre alla malattia mentale.
A questo proposito, suggerisco la visione del bellissimo film A Beautiful Mind, sul matematico, Premio Nobel, John Nash. Quest'uomo, eccezionale in tutti i sensi, è stato capace di uscire dal tunnel della schizofrenia.
Cosa ce lo aveva portato? Il suo lavoro di "genio della matematica", vissuto come sublimazione e la logica folle della carriera, legata al "produrre un risultato eccezionale" senza sapere "perché" e, soprattutto, senza chiedere "per chi".
Lo ha salvato dalla schizofrenia l'amore della moglie e l'amore per gli studenti, scoperti entrambi solo più tardi. Guarire dalla schizofrenia -meglio, imparare a convivere con le proprie allucinazioni, dominandole- così come disse nel discorso a Stoccolma il giorno del conferimento del Premio Nobel, è stato il "vero risultato" conseguito nella sua vita.
Molti però non sanno, e neanche nel film se ne parla, che "il risultato scientifico" che lo ha portato al Nobel, lo ha raggiunto con un grande matematico italiano, forse il più grande matematico italiano del novecento, Ennio De Giorgi, della Scuola Normale Superiore di Pisa. È morto solo da pochi anni ed era amico di un mio carissimo amico. Ebbene, De Giorgi non era sposato, ne ha avuto bisogno del Nobel per guarire da nessuna malattia mentale: era davvero "sposato" con la matematica.
De Giorgi però, non aveva solo una sublime intelligenza, ma possedeva anche una profonda fede e una squisita carità. Per lui, il suo lavoro, apparentemente così arido, era una "missione": lo può ben dire chi ha avuto la fortuna di averlo come maestro e, ancor più, come amico e padre.
Il matrimonio, cioè la dedizione totale all'altro, agli altri, nelle forme "normali" o "eccezionali" in cui può essere vissuto, è dunque l'espressione più alta della comunione nella quale l'uomo e la donna trovano perfettamente se stessi e pienamente si realizzano. "Il dono più grande che Dio mi ha fatto -mi diceva un amico- è mia moglie e mi commuovo fino alle lacrime quando penso che Dio l'ha fatta così, pensando a me".

CON IL MATRIMONIO
Dio ci ha detto chiaramente che Lui è l'amore e che noi siamo stati creati a sua immagine e somiglianza. Anzi, ha voluto dirci che il rapporto tra noi e Lui, non deve essere come tra un servo e un padrone o come tra due amici, ma come tra lo sposo e la sposa. Nell'Antico Testamento ogni abbandono di Dio da parte del popolo, è perfino paragonato ad un adulterio; anche Gesù, nel Vangelo, usa più volte 1'immagine delle nozze, per dirci che il rapporto che vuoI stabilire con noi, deve essere come un rapporto nuziale.
Nel matrimonio l'amore è tutto, è la ragione della sua sussistenza. L'amore fa i miracoli, rende capaci di superare ogni sorta di difficoltà e di portare il peso di tante croci. L'amore è l'esperienza umana più alta, quella che più di tutte ci avvicina alla vita stessa di Dio: con 1'amore partecipiamo infatti, dell'Onnipotenza di Dio.
La famiglia è il capolavoro dell'uomo e di Dio: nella famiglia 1'uomo trova la sua perfetta realizzazione e Dio vi si specchia e si riconosce.
Non c'è niente di più grande e di più bello della famiglia, perché Dio stesso è famiglia, è comunità. Solo guardando a Lui si capisce che cos'è l'amore e la famiglia.
Dio è tre Persone, ma queste non sono un "io", un "tu" e un "egli", ma un "io", un "tu> e un "noi"; e nel noi, 1'io e il tu, si trovano uniti senza perdere la loro identità. Il noi è lo Spirito Santo, l'Amore che unisce il Padre al Figlio.
Tante volte ho fatto raccontare a mio padre la storia della nostra famiglia e cominciava sempre da quel 29 giugno quando, ad una festa, conobbe colei che sarebbe diventata mia mamma. "Era bella, semplice e mi piacque subito", mi diceva ancora, dopo oltre cinquant'anni. Alla conoscenza seguì 1'amicizia e anche il linguaggio dovette adattarsi a questa nuova situazione: "Non dicevamo più "io" o "tu", ma dicevamo <noi"; non più "mia" o "tua" ma <nostra". Era nato l'amore.
Quella mattina del 19 settembre Dio consacrò il loro amore trasformandolo nel suo amore. Fu grande la mia commozione quando volle portarmi a celebrare la messa del loro venticinquesimo sull'altare della celebrazione del loro matrimonio. La loro unione è durata oltre sessant'anni; anzi, per sempre, perché ancora sono insieme in cielo dove spero abbiano finito di bisticciare perché, quaggiù, era il loro modo di rapportarsi e di volersi bene.
Mio padre era un artista, ma il vero capolavoro è stata la sua famiglia.
Niente può esprimere meglio l'intensità del dolore che Dio prova quando l'uomo lo abbandona, del dolore di una famiglia divisa. La divisione di una famiglia comporta prove e sofferenze, spesso più pesanti delle proprie forze: sono le croci più grandi. Il grido di dolore della parte ingiustamente tradita e abbandonata è il dolore profetico che meglio esprime quello di Dio per i tradimenti e gli abbandoni dell'uomo.
La famiglia è la cellula dell'umanità e porta in se stessa l'immagine della storia del mondo intero. Creare una famiglia è una vocazione e un impegno, è accettare di diventare immagine di Dio-Amore, è progetto per 1'umanità chiamata a divenire 1'universale famiglia umana.
L'amore, quando è vero, è sempre fecondo. Il matrimonio infatti, è sempre in funzione degli altri: la famiglia non può essere mai autoreferenziale. Se così fosse, l'amore si spegnerebbe, come avviene per il fuoco quando viene messo sotto una campana. La famiglia felice è quella che dona amore, un amore che ha origine in Dio, lo alimenta e lo distribuisce. È proprio come un acquedotto: ha valore tanto quanto porta acqua; se la trattiene, ha terminato la sua funzione. Nella famiglia 1'amore si trasforma in vita ed è questa l'unica occasione nella quale Dio permette ai genitori di chiamarsi col suo stesso nome: procreatori.
Collaborare con Dio a creare una nuova vita, eleva l'uomo alla più alta dignità. Ecco perché, dopo Dio, non c'è nessuno più grande dei nostri genitori.
I figli sono il capolavoro dei genitori perché l'uomo è il capolavoro di Dio.
La famiglia felice possiede tante risorse che non devono essere però impiegate solo al proprio interno, ma devono essere destinate ad altri: nessuno, meglio di una famiglia serena, può affiancare una famiglia in difficoltà e supplire quello che la società non riesce a fare per salvare tante situazioni limite. Se Madre Teresa di Calcutta, da sola, è riuscita ad animare mezzo mondo, ancor più potrà fare una famiglia nella quale l'amore è vissuto, moltiplicato e trasformato.
Tra le tante esperienze vissute, una mi ha particolarmente segnato. Una sposa ventinovenne a cui era stato ucciso il marito, Maresciallo dei Carabinieri, acconsentì al trapianto degli organi: me la vedo ancora davanti, impietrita dal dolore, accanto alla salma del suo Sebastiano, il cui cuore, fegato e reni avevano già salvato la vita a tre persone. Pensai che solo l'amore familiare, 1'amore moltiplicato, 1'aveva resa capace di trasformare quel terribile "venerdì santo" in una radiosa mattina di Pasqua. È proprio vero: 1'amore è più forte della morte!
Essere sposo e sposa, formare una famiglia, generare figli, è la prima vocazione dell'uomo, coincide con la vocazione alla vita.

SOLO CON DIO
Dopo quanto ho detto, il celibato potrà sembrare un assurdo e meraviglierà ancor di più sapere che c'è una vocazione che chiede, per il Regno di Dio, di rinunciare al matrimonio.
Un giorno, dopo che Gesù ebbe esposto ai farisei le esigenze del matrimonio, i suoi discepoli gli dissero: "Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi".Gesù allora, ribadì: "Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca" [MT, 19,10-12].
Cerchiamo anche noi di capire.
Prima di tutto, Gesù afferma che ci sono alcuni che hanno rinunciato a sposarsi per il Regno di Dio: tra questi, c'è Lui. Perché?
Perché, attraverso di essi, Dio vuol dare un'altra immagine di se stesso. Infatti, con l'amore nuziale ci dice che Lui è amore, con la verginità che Lui è tutto, che non è complementare a nessuno, che è l'Assoluto.
Ovviamente, quelli che chiama a questa vocazione sono persone sessuate, normali quanto quelli che si sposano; anzi, in perfetta condizione per potersi sposare.
Mi rendo conto che ora si affollano alla mente ulteriori problemi. Cercherò però di dare qualche spiegazione, pur sapendo che, come Gesù ha detto, "... non tutti possono capirlo".
Chi può veramente comprendere, come richiede il Vangelo, che è bello essere poveri, miti, piangere, essere gli ultimi? Eppure, chi non vorrebbe essere come Francesco d 'Assisi o Madre Teresa? Il vero problema è che il Vangelo non è un libro da leggere ma da vivere! Il Vangelo va visto realizzato! Lo stesso accade per il celibato.
Ma andiamo con ordine.
Abbiamo detto che, sessualmente, una persona può essere frustrata, sublimata o integrata e che la perfezione la trova con l'integrazione che avviene nel matrimonio.
Chi non si sposa per il Regno di Dio, a quale categoria appartiene?
Alla terza. A coloro che cioè, integrano la loro sessualità attraverso il matrimonio, non però attraverso nozze umane, ma vere e proprie nozze con Dio che, in tal modo, dimostra di essere tutto per la persona. Infatti, Lui solo è capace di integrarla pienamente, anche affettivamente!
Quindi, chi non si sposa per il Regno di Dio, non è ne sessualmente frustrato, ne sublimato, ma pienamente integrato: Dio è diventato tutto per lui. Ecco perché Francesco di Assisi poteva dire: "Mio Dio e mio tutto!".
Non ti fermare a pensare a casi di consacrati non riusciti, capita anche nei matrimoni, ma segui il mio ragionamento.
Dio, e soltanto Lui, chiama al matrimonio o alla verginità e lo fa per completare il messaggio con cui rivela se stesso. Con la vocazione al matrimonio poi, Dio ci dice che è amore, e con la chiamata alla verginità che il matrimonio è solo un segno, un sacramento, per indicare che Lui vuole essere lo sposo dell'umanità, vuole cioè avere un rapporto nuziale con ogni persona.
Ma, com'è possibile "sposare" Dio? Com'è possibile essere affettivamente integrati in Lui? Posso dirti che questo avviene e che sono anche matrimoni ben riusciti!
Di questo matrimonio, ce ne parla una ragazza geniale che la Chiesa ha dichiarato "dottore" e che quindi, ci può essere d'aiuto: santa Teresa di Gesù Bambino. La sera precedente la professione religiosa scrisse così la sua partecipazione di nozze:

Lettera d'Invito alle Nozze di suor Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo

Dio Onnipotente
Creatore del Cielo e della terra,
….e la Gloriosissima Vergine Maria,
Regina della Corte Celeste,
annunciano il Matrimonio
del loro Augusto Figlio, Gesù,
….con la Signorina Teresa Martin

Il Signor Luigi Martin,
….e la Signora Martin,
…annunciano il Matrimonio
della loro figlia Teresa,
con Gesù il Verbo di Dio,
…che per opera dello Spirito Santo
si è fatto Uomo e Figlio di Maria,
la Regina dei Cieli.

Non avendo potuto invitarla alla benedizione Nuziale ...,
lei è tuttavia invitata a recarsi al Ritorno dalle Nozze,
che avrà luogo Domani, Giorno dell'Eternità,
nel quale giorno Gesù, Figlio di Dio, verrà sulle Nubi del Cielo
nello splendore della sua Maestà, per giudicare
i vivi e i morti.
L'ora essendo ancora incerta, lei
è invitata a tenersi pronta e a vegliare.
[MANOSCRITTO A., 77 V0]


Essere sposi di Dio è una gran cosa e, quindi, molto impegnativa.
L'immagine del vero sposo di Dio è Gesù Crocifisso: ha le braccia inchiodate per abbracciare tutti, senza stringere e possedere nessuno; il suo amore è totale e liberante; il suo cuore è aperto, squarciato da una lancia e da quel cuore scaturisce sangue e acqua, la vita per tutti. Ma quale vita? La vita nello Spirito; la vita ricevuta attraverso il Battesimo e accresciuta dall'Eucaristia.
Dal suo cuore scaturisce il nuovo popolo di Dio. Ma, quando Dio volle formare il popolo dell'Alleanza, il popolo di Israele, cosa fece?
Chiamò Abramo eleggendolo capostipite di questo popolo e, dopo 1'esperienza di fede con Isacco, i suoi figli generarono molti altri figli "secondo la carne".
Quando Dio volle formare il nuovo popolo dell'Alleanza, mandò suo Figlio Gesù che, al contrario di Abramo, non si sposò, ma generò molti figli "secondo lo Spirito", inaugurando in tal modo, il nuovo popolo di tutti coloro che credono in Lui.
Chi, come Cristo, non si sposa, non fa un matrimonio infecondo con Lui. Tutt'altro. Dio gli concede di avere figli "... come le stelle del cielo e come: la sabbia che è sul lido del mare" [GEN. 22.17] perché il suo amore non è circoscritto dalla carne e dal sangue. Mi spiego.
Mio padre e mia madre erano due persone aperte e sensibili ed era un piacere vederli con i bambini dei vicini di casa, perché li facevano giocare, li assistevano, erano loro vicini nei momenti di difficoltà: posso proprio dire che volevano loro un gran bene.
Però, il bene che volevano a me e a mia sorella, era superiore a quello dimostrato ad altri. Perché? Perché ci avevano partorito, avevamo cioè lo stesso sangue, eravamo la stessa famiglia. Invece, per chi si sposa con Dio, l'amore non ha diversità perché l'amore della famiglia di Dio abbraccia tutti, indistintamente.
I primi di agosto del 1941 nel campo di concentramento di Auschwitz era fuggito un detenuto. Dopo aver ripetuto per due volte l'appello, scattò la terribile legge: per ogni fuggitivo, dieci dovevano essere condannati a morire di fame e di sete nel sotterraneo della morte.
Il Capo delle SS scelse le dieci vittime che si avviarono verso il blocco 13, dov'era il sotterraneo. Uno di loro, pensando alla moglie e ai figli, cominciò a gridare che non voleva morire: era un austriaco, di Vienna.
In quello stesso momento un detenuto uscì dalle file, si presentò al Capo, inorridito, che gli chiese: "Che vuoi?" "Posso andare a morire al suo posto?"
"Chi sei?" "Sono un prete cattolico".
"Vai, pretaccio, ...e tu torna a posto".
Dopo alcuni giorni, solo lui era sopravvissuto. Gli fu iniettata una fiala di acido fenico e spirò: era Padre Massimiliano Kolbe, il martire della carità.
Perché lo ha fatto? Perché era padre di quell'uomo, perché era membro di quella famiglia che, con Dio, aveva generato.
Se fosse stato sposato, avrebbe potuto farlo? Avrebbe dovuto, almeno, interpellare la moglie e i figli perché la sua vita è prima di tutto la loro.
La fecondità del matrimonio dipende dallo spessore dell'amore che lega i due sposi: questo vale anche per le nozze con Dio.
I grandi innamorati di Dio hanno molti figli: basta uno sguardo, un dialogo, per generare un figlio.
Quanti si ritengono figli di Padre Pio perché lo hanno visto una volta o sono riusciti a confessarsi da lui, o addirittura perché hanno visitato la sua tomba o hanno letto una sua vita!
Anche per me è accaduta la stessa cosa. Infatti, quando celebravo per le Missionarie della Carità ed era presente Madre Teresa, terminata la Messa, mi ritiravo in disparte per parlare con lei per farmi "rigenerare" dalle sue parole.
Ricordo anche a Firenze il Professor La Manna, che si professava non credente. Un giorno chiese a Mons. Giulio Facibeni, fondatore dell'opera "Madonnina del Grappa": "Lei che è padre per tutti, lo sia anche per me".
Questo per citare solo i casi più noti, ma la paternità di Dio passa attraverso tanti uomini e donne sposati a Lui che, nel silenzio della vita quotidiane nelle parrocchie, negli ospedali, nelle scuole, nei lebbrosari, esercitano una reale paternità di cui l'uomo ha veramente bisogno.
Ecco perché i preti e le suore non si sposano: perché il loro amore e la loro paternità non devono essere circoscritti e limitati dalla carne e dal sangue, ma devono essere grandi e intensi come quelli di Dio.
Il matrimonio con Dio ha le stesse regole di quello umano: si fonda nell'amore ed esige la convivenza. Diversamente dal passato, oggi ci si sposa solo per amore e il matrimonio regge perché regge l'amore.
I matrimoni di convenienza nascono male e finiscono peggio. Così è per il matrimonio con Dio. Chi è chiamato a sposarsi con Lui, lo fa solo perché lo ama, perché misteriosamente Dio gli ha rapito il cuore, per cui l'interessato dice: :"Dio solo mi basta".
Questo però è solo l'inizio: la vita è lunga e l'amore iniziale deve crescere attraverso una vera e propria convivenza con Dio che si attua, in primo luogo, attraverso la preghiera, dalla quale scaturisce un 'autentica vita evangelica. L'unione con Dio poi, fa crescere nell'amore, fino a condurre all'esperienza della stessa presenza di Dio.
Sperimentare Dio presente e che ti ama è un 'autentica "esperienza mistica" che è tutt'altro che astratta ed estatica, ma è quell'amore che riempie il cuore e ti rende insoddisfatto finche non hai fatto tutto e più di tutto per Colui che tu ami.
Quanto ti ho detto, è stato meravigliosamente rappresentato dal Caravaggio in un quadro, custodito nella Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma: vi è raffigurata la vocazione di Matteo. La scena si svolge in un ambiente buio, squallido. Seduti attorno ad un tavolo, alcuni uomini contano del denaro: hanno riscosso le tasse. Sono quattro, più il futuro apostolo Matteo.
Improvvisamente, accompagnato da Pietro, entra Gesù che accenna a Matteo il quale, stupefatto, indica se stesso: la chiamata e la risposta sono istantanee. Un attimo ancora e Matteo, abbandonato il lavoro, il guadagno e i compagni, si alza per seguire il Signore. Dei presenti, solo Matteo capisce: i due giovani a destra si voltano incuriositi all'arrivo del Cristo; gli altri, neppure si accorgono di quanto sta accadendo e continuano tranquilli il conteggio. È una scena tutta da contemplare: il pittore ha davvero capito 1'inizio di una vocazione.
La forza della chiamata deve continuare per tutta una vita e la ragione della fedeltà consiste tutta in quanto Gesù ha detto di se stesso: "Io e il Padre siamo una cosa sola" [Gv, 10, 30].
Le due vocazioni, al matrimonio e alla consacrazione a Dio, si integrano e si sostengono a vicenda: i preti e le suore hanno bisogno dell'esempio dei genitori per apprendere 1'arte di essere padre e madre.
Ricordo il pianto di don Pietro, il parroco di una popolosa parrocchia di una borgata romana al funerale di Adele, una vedova che si era completamente consacrata alla parrocchia. Confessò candidamente che da quando vicino alla parrocchia c'era il campo dei nomadi, non si viveva più: gli zingarelli entravano dappertutto, facendo danni e portando disordine. Lui li cacciava da una porta, ma loro rientravano da un'altra, perché Adele li richiamava e li soccorreva in tutto. "Lei aveva una marcia in più: era mamma", diceva il parroco, "Quanto mi mancherà!"
Allo stesso modo, anche i genitori hanno bisogno dei consacrati per ricordarsi che la famiglia, prima di tutto, è di Dio ed è molto più grande delle pareti domestiche.
Ma...

COME SI RICONOSCE UNA VOCAZIONE
E' l'esperienza più personale che esista e non è facile descriverla. Personalmente ho avuto la grazia di "leggere" tante anime, aiutandole a discernere la propria vocazione e mi sono fatto una convinzione: la vocazione è il piacere, il desiderio di fare una determinata cosa.
Il desiderio, il bisogno di sposarsi, esprime la vocazione al matrimonio; il desiderio, il bisogno di consacrarsi a Dio, quella di sposarsi con Dio. Ogni ulteriore spiegazione mi sembra superflua. Ora mi sembra proprio il caso di dire che "al cuor non si comanda" e ricordare che il luogo propizio per il dialogo con Dio è il nostro cuore.
Purtroppo, il matrimonio non è sempre percepito come una vocazione alla famiglia e lo si vive come un approdo della vita, mentre invece è un'autentica vocazione a realizzare l'amore.
La consacrazione a Dio suscita spesso scetticismo tra i conoscenti e, addirittura, ostilità tra i parenti. Ricordo cosa non mi combinarono i miei santi genitori per farmi cambiare idea, anche se, in un secondo tempo, si schernivano dicendo che ero diventato prete liberamente, certamente di una libertà ben conquistata
La vocazione si manifesta a tutte le età ed è importante far percepire ai giovani il matrimonio come una vocazione a cui rispondere.
Altrettanto importante mantenersi attenti a Dio che, solitamente, si manifesta attraverso un 'esperienza di preghiera, occasione propizia per creare un incontro con Lui. Non è detto che chi prega si faccia prete o suora, ma chi non prega, difficilmente percepisce una tale vocazione.
Ho conosciuto molti giovani, ormai avviati negli studi universitari con un chiaro orientamento professionale e felicemente fidanzati, che attraverso un 'esperienza di preghiera hanno scoperto che la loro vocazione era un'altra: hanno cambiato rotta e hanno seguito la nuova strada.
La prospettiva della duplice vocazione deve essere sempre tenuta presente ed è opportuno parlarne ai ragazzi fin dalla più giovane età, così come hanno fatto Gesù e San Paolo i quali, trattando del matrimonio non hanno tralasciato di parlare anche della verginità: in questo modo emergerà sempre più chiaramente che la famiglia è una vocazione ed un impegno, così come lo è il celibato per il Regno di Dio.

CHIAMATI A SERVIRE
Siamo chiamati ad amare e a servire, perché servire è la manifestazione più immediata dell'amore.
Servizio è una bella parola, anche di moda se vogliamo, ma di non facile attuazione.
Per precisare il proprio pensiero riguardo al servizio, Gesù approfittò della richiesta fatta da una madre che chiedeva due buoni posti per i suoi figli.
"I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non cosi dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" [Mt, 20, 24-28].
Anche nella gerarchia della Chiesa tutto deve essere considerato servizio: dal primo grado dell'ordine sacro, il diaconato, al Sommo Pontefice che si autodefinisce "Servo dei servi di Dio".
Il nostro servizio deve essere continuo, come quello di Gesù che ci ha detto: "Il Padre mio opera sempre e anch'io opero" [Gv, 5, 17]. Impegnarci ad un servizio continuo è duro, ma è la nostra ragione d'essere.
Ricordo una signora che si lamentava perché da sola doveva badare a quattro uomini: "La mia vita è tutta lavare, stirare e far da mangiare: mi sento proprio una donna di servizio, senza salario". "Coraggio signora", le risposi, "finché serve, serve; quando non serve, non serve più". "Ha proprio ragione, Padre", mi rispose.
La vita è servizio. Ma, quale servizio scegliere? Anche la professione è una vocazione. Il lavoro è sacro: 1'ho imparato fin da bambino quando passavo con mio padre sotto il campanile di Giotto. Lui mi indicava le formelle esagonali sulle quali erano rappresentate le varie arti e i mestieri e, per il fatto che erano scolpite sul campanile, le ho sempre percepite come una cosa sacra. È sacro studiare astronomia, come fare il muratore; esercitare la medicina, come navigare, coltivare la terra, far politica, scolpire, pitturare, scrivere poesie, far del teatro.
Mio padre, ovviamente, si soffermava volentieri ad indicarmi la formella della scultura: in quella, lui si riconosceva.
Ma qual è la professione più adatta per me? Quella che mi permette di amare di più, perché è in questo che consiste la mia felicità. Oggi le professioni sono tante e tutte degne dell'uomo, a condizione che siano svolte con amore, per vocazione e non per mestiere. C'è, infatti, un'abissale differenza tra la vocazioni e il mestiere. Nella prima, la persona si identifica con quello che fa, tanto da essere chiamata, con il nome della professione stessa, che diventa nome proprio: la maestra, il medico; ...è come dire: la mamma, il papà che, ovviamente, non vogliono essere chiamati per nome. Il mestiere invece, è qualcosa che si fa, indipendentemente dal proprio essere e con il quale non ci si identifica.
A questo proposito, non dimenticherò mai Stefano, il padre di un mio seminarista che, al primo nostro incontro, si presentò dicendomi che da trent'anni preparava ogni giorno la più bella sala del mondo per i più importanti ricevimenti. Non gli mancavano però le sofferenze, soprattutto quando la sua sala veniva invasa dai pullman che la profanavano. Aveva conosciuto cinque Papi, senza mai stringere loro la mano: li aveva seguiti settimanalmente, dall'inizio alla fine, e per loro ogni mattina puliva, ordinava tutto e si sentiva orgoglioso. Era un umile netturbino di San Pietro, ma si sentiva grande come il Bernini che aveva costruito la piazza; era dignitoso come il Pontefice per il quale svolgeva il dovere dell'accoglienza al pari di un maggiordomo o un maestro di camera.
Ho conosciuto anche un grande chirurgo che diceva di non operare senza aver vicino "la sua suora ferrista". E dinanzi al mio stupore aggiunse: "Quella, è più importante di me".
Ricordo ancora che, quando iniziarono i lavori di restauro del Seminario Romano, si pensò ad una sopraelevazione. Una mattina, si riunirono a discutere il progetto tre ingegneri e due architetti: le cose si mettevano male e stavano ormai sentenziando che non era possibile eseguire il lavoro quando, un uomo, piuttosto corpulento e impolverato, intervenne dicendo che era possibile. Espose con competenza le motivazioni e zittì tutti. Chiesi al geometra chi fosse. Mi rispose: "Quello è il capomastro, è uno che sa tirar fuori una casa da un progetto e le assicuro che a Roma ce ne sono pochi di così capaci!"
Proprio così: quanto a dignità, non c'è differenza tra architetti e netturbini, tra ferristi e chirurghi, tra ingegneri e muratori. L'importante che ciascuno esegua il proprio lavoro come una vocazione e con amore: solo così ogni lavoro sarà un capolavoro, proprio come spera Dio.

RICONOSCERE LA PROPRIA VOCAZIONE AL SERVIZIO
E' il problema fondamentale della vita perché, ti ripeto, sbagliare vocazione, significa compromettere la felicità, Voglio essere ancor più semplice e ti racconto quello che dicevo ai bambini quando parlavo loro della vocazione.
"Quando Dio crea un uomo, si comporta come un "sapiente architetto" che, prima di costruire un'opera, prepara il disegno. Per ciascuno di noi Dio ha fatto un disegno che, ovviamente, non rivela a nessuno, ma viene conservato negli archivi del Paradiso. A noi spetta indovinare questo progetto e realizzarlo. Alla fine della vita ci sarà la verifica: sarebbe un bel guaio se nel disegno risultasse che ero destinato a fare il muratore e, invece, ho fatto l'infermiere o viceversa; oppure, destinato a fare l'ingegnere, ho fatto il medico!"
Un giorno, dopo una di queste mie prediche, si presentò il padre di un bambino per dirmi che quel giorno avevo parlato di sua moglie: "Era destinata ad essere ingegnere", mi disse, "invece, è psicologa: fa diventar matti tutti!"
Ma come si scopre la propria vocazione?
Ecco cinque regole che proponevo ai bambini, per indovinare cosa avrebbero dovuto fare in futuro; sono regole che possono aiutare anche noi.
Prima regola: devo fare ciò che mi piace di più.
Non è una regola difficile da accettare, anche se è difficile da attuare. Infatti, più che "ciò che mi piace", il più delle volte si dovrebbe dire ciò che "mi piacerebbe se ...". Quello che "mi piace per davvero" è ciò che realizza il desiderio più profondo celato nel mio intimo e che, quasi mai, è il primo che salta in mente; anzi, di solito è quello che mi fa più paura di tutto.
La seconda regola integra la prima.
Seconda regola: scegliere ciò che mi costa di più. La vita è impegno e responsabilità ed è solo attraverso lo sforzo che si realizza il meglio di noi stessi. A questo proposito, ricordo un giovane sacerdote che, dopo una collaborazione di diversi anni con me, prima di partire per un altro servizio, mi lasciò un biglietto sul quale aveva scritto: "Ti ringrazio, perché mi hai chiesto sempre più di quanto pensavo potessi dare".
Terza regola: preferire sempre ciò che serve di più agli altri. Secondo l'insegnamento di Gesù, chi ama la propria vita, la perde; chi dona la propria vita, la trova. Il capitale non si aumenta conservandolo, ma investendolo bene.
Diceva Raoul Foullerau, il grande apostolo dei lebbrosi, un uomo che ha salvato milioni di vite da questa terribile malattia: "Non c'è disgrazia più grande che possa capitare ad un uomo, che quella di accorgersi di non essere stato utile a nessuno".
Nessuno si salva da solo. Siamo persone, esseri relazionali: il mio "io" è sempre per un "tu" e passa sempre per un "noi". È solo rendendolo un autentico servizio ad altri, cercando di svolgerlo il meglio possibile mettendoci del mio, che un lavoro, anche se non scelto ma subìto per le innumerevoli traversie della vita, può diventare qualcosa che mi realizza, e non un orribile frustrazione sopportata solo per portare a casa uno stipendio.
Da qui l'altra regola, l'unica che può dare coerenza alle altre tre.
Quarta regola: scegliere solo ciò che mi dà la vera pace del cuore. "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi" [Gv, 14, 27] ha detto Gesù nell'Ultima Cena ai suoi discepoli. La scelta più autentica, anche se molto difficile, è quella che, sia quando la immagino che quando l'attuo, è capace di farmi sentire bene; è quella che dà pace al mio cuore inquieto, facendomi sentire al giusto posto.
La pace è il dono di Dio per eccellenza; pertanto, la scelta che mi dà pace è quella che realizza sia la mia volontà più profonda, sia quella che Dio ha su di me: "E 'n la sua voluntade è nostra pace", dice Dante [PAR, III. 85].
Quinta regola: consultarmi con una persona adulta e che mi conosce bene, per verificare se ho applicato correttamente le regole precedenti e se sono sufficientemente obiettivo nel mio giudizio.
Attenzione! Applicare queste regole, vuol dire contestare il comune modo di pensare che, invece, preferisce ragionare così: "Se vuoi essere pienamente realizzato, scegli solo ciò che ti fa guadagnare di più e con meno fatica possibile!"
Stai attento: in gioco c'è la tua felicità, il cui segreto è contenuto in due semplici parole "di più", [in latino magis], che fanno scattare in te tutte le potenzialità che Dio ti ha dato perché vengano messe a servizio degli altri.
Se uno sbaglia vocazione, va all'inferno? No! Però, non sarebbe così felice come se realizzasse la sua vera vocazione. Come vedi, Dio che ti ha creato, non ti molla un momento, ti tiene sempre per mano per farti realizzare il desiderio di amore che c'è in te: tutto, per darti felicità.
Ora, non mi resta che salutarti, augurandoti di indovinare la tua vocazione per essere felice e, se tu avessi bisogno di una mano, sappi che la mia è sempre disponibile: fa parte della mia vocazione.

Mons. Giuseppe MANI
Arcivescovo

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